FEDIMI: «Giovani che non riescono a entrare stabilmente nel lavoro, donne che incontrano ostacoli alla partecipazione e persone inattive rappresentano tre problemi differenti che richiedono strumenti differenti. Ma fanno parte della stessa questione nazionale»
Approfondimento del punto 7 delle “10 Proposte FEDIMI per il mercato del lavoro italiano 2030”
L’Italia dei prossimi anni dovrà affrontare contemporaneamente due fenomeni apparentemente contraddittori.
Da una parte, la riduzione della popolazione in età lavorativa e la crescente difficoltà delle imprese nel reperire determinate professionalità.
Dall’altra, una parte della popolazione continua a rimanere ai margini del mercato del lavoro oppure vi partecipa in maniera discontinua.
È una contraddizione che il Paese non può permettersi di trascinare ancora a lungo.
Se diminuiscono le persone potenzialmente disponibili per lavorare, diventa ancora più importante creare le condizioni affinché chi oggi è escluso, distante o sottoutilizzato possa partecipare pienamente alla vita economica.
Per questo il settimo punto delle “10 Proposte FEDIMI per il mercato del lavoro italiano 2030” propone un PATTO GENERAZIONALE PER GIOVANI, DONNE E INATTIVI.
Non una singola misura. Non un nuovo bonus. Ma una strategia capace di mettere insieme orientamento, formazione, politiche attive, servizi, organizzazione del lavoro, mobilità, welfare territoriale e domanda delle imprese.
TRE REALTÀ DIFFERENTI CHE NON DEVONO ESSERE CONFUSE
Parlare contemporaneamente di giovani, donne e inattivi non significa considerarli un’unica categoria. Sarebbe un errore.
Un giovane che termina gli studi e cerca il primo lavoro presenta esigenze differenti da una donna che interrompe temporaneamente l’attività professionale per responsabilità familiari.
Una persona di cinquant’anni uscita dal mercato del lavoro dopo una crisi aziendale presenta problemi differenti da un giovane che non studia, non lavora e non partecipa a percorsi formativi.
Anche all’interno della categoria degli inattivi esistono situazioni profondamente differenti.
La prima regola deve quindi essere: NON TRATTARE PROBLEMI DIFFERENTI CON LA STESSA POLITICA.
Il Patto proposto da FEDIMI dovrebbe partire dalla segmentazione delle diverse condizioni e costruire percorsi personalizzati.
IL PROBLEMA NON È SOLTANTO TROVARE UN LAVORO, MA COSTRUIRE L’INGRESSO NEL LAVORO
Per molti giovani la transizione tra formazione e lavoro rimane uno dei momenti più delicati.
Il sistema deve riuscire a ridurre la distanza tra l’ultimo giorno di scuola o università e il primo vero percorso professionale.
Orientamento, apprendistato, sistema duale, ITS Academy, tirocini di qualità e collaborazione con le imprese devono essere utilizzati come parti di una stessa infrastruttura di ingresso.
Un giovane non dovrebbe essere lasciato solo davanti alla domanda: «E adesso cosa faccio?»
Il percorso dovrebbe iniziare prima della conclusione degli studi. Negli ultimi anni di scuola o università dovrebbero diventare progressivamente disponibili informazioni sulle professioni richieste, le competenze emergenti, le imprese presenti nel territorio, i percorsi ITS e universitari, l’apprendistato, le opportunità formative, l’autoimpiego e le possibilità di mobilità territoriale.
L’obiettivo non deve essere decidere al posto del giovane. Deve essere consentirgli di prendere decisioni sulla base di informazioni migliori.
DALL’ORIENTAMENTO GENERICO ALL’ORIENTAMENTO BASATO SULLE COMPETENZE
Il Patto Generazionale FEDIMI si collega direttamente alla Mappa Nazionale Previsionale delle Competenze proposta al punto 1.
L’orientamento deve progressivamente diventare anche prospettico.
Non basta spiegare quali professioni esistono oggi. Occorre mostrare quali stanno crescendo, quali si stanno trasformando e quali nuove competenze stanno entrando nel sistema produttivo.
Un ragazzo dovrebbe poter conoscere non soltanto il percorso necessario per diventare tecnico meccatronico, esperto energetico, programmatore o specialista della cybersecurity. Dovrebbe poter conoscere anche le prospettive di quelle competenze nel proprio territorio.
IL PRIMO LAVORO DEVE DIVENTARE ANCHE IL PRIMO INVESTIMENTO PROFESSIONALE
FEDIMI ritiene inoltre necessario modificare la concezione del primo ingresso nel mercato del lavoro.
Il primo lavoro non dovrebbe rappresentare semplicemente l’occasione per acquisire esperienza. Dovrebbe diventare il primo investimento strutturato sulle competenze della persona.
Per questo l’apprendistato può assumere un ruolo ancora più importante.
L’impresa inserisce una persona giovane. La persona lavora e contemporaneamente continua a formarsi. Le competenze acquisite vengono riconosciute. Il percorso può essere registrato progressivamente nel Fascicolo Digitale delle Competenze proposto da FEDIMI.
In questo modo il primo rapporto di lavoro non produce soltanto reddito ed esperienza. Produce capitale professionale.
DONNE: NON BASTA INCENTIVARE L’ASSUNZIONE
Il secondo grande capitolo riguarda la partecipazione femminile.
Gli incentivi alle assunzioni possono essere utili e devono essere valutati sulla base dei risultati ottenuti. Ma il problema non può essere affrontato esclusivamente riducendo temporaneamente il costo del lavoro.
Se una donna incontra difficoltà a entrare o rimanere nel mercato del lavoro per l’assenza di servizi di cura, problemi organizzativi, orari incompatibili o difficoltà negli spostamenti, un incentivo contributivo può aiutare l’assunzione ma non necessariamente rimuove la causa strutturale.
Per questo FEDIMI propone di passare DALL’INCENTIVO ALL’ECOSISTEMA DELL’OCCUPAZIONE.
Significa intervenire contemporaneamente su lavoro, servizi e organizzazione.
SERVIZI DI CURA E POLITICHE DEL LAVORO DEVONO PARLARSI
La disponibilità di servizi per l’infanzia e di assistenza alle persone non autosufficienti non costituisce soltanto una questione sociale. Ha anche una dimensione economica e occupazionale.
Quando una persona deve scegliere tra lavorare e garantire assistenza a un familiare, il mercato del lavoro perde potenzialmente una competenza.
Per questo politiche del lavoro e politiche di welfare territoriale non possono continuare a essere considerate mondi completamente separati.
Il Programma nazionale Giovani, donne e lavoro riconosce già questa necessità prevedendo, per le persone in condizioni di vulnerabilità, percorsi integrati che possono comprendere anche servizi di cura e altre forme di supporto.
FEDIMI ritiene che questa impostazione debba diventare sempre più strutturale.
FLESSIBILITÀ NON DEVE SIGNIFICARE PRECARIETÀ
Anche l’organizzazione del lavoro può contribuire.
Flessibilità degli orari, lavoro agile quando compatibile con le mansioni, strumenti di conciliazione e organizzazioni maggiormente orientate ai risultati possono aumentare la partecipazione.
Ma occorre evitare un equivoco: FLESSIBILITÀ ORGANIZZATIVA NON SIGNIFICA PRECARIETÀ CONTRATTUALE.
La possibilità di adattare l’organizzazione alle diverse fasi della vita può diventare uno strumento di produttività e di inclusione.
Questo vale per le donne, ma non esclusivamente per loro. Una moderna politica di conciliazione deve progressivamente interessare entrambi i genitori e, più in generale, tutti i lavoratori con responsabilità di cura.
L’INATTIVITÀ NON È UNA CONDIZIONE UNICA
Il terzo grande tema è quello degli inattivi. Anche in questo caso occorre evitare semplificazioni.
Dietro la parola «inattivo» possono esserci un giovane scoraggiato, una persona impegnata nella cura familiare, un lavoratore che ha smesso di cercare dopo molti tentativi, una persona con competenze ormai poco richieste, qualcuno che non conosce le opportunità disponibili o una persona che avrebbe bisogno di formazione prima di poter rientrare nel mercato.
Non possiamo quindi aspettare semplicemente che queste persone si presentino spontaneamente a un servizio per il lavoro.
Una politica realmente attiva deve essere capace anche di raggiungerle.
DAL CENTRO PER L’IMPIEGO ALLA RETE TERRITORIALE
FEDIMI propone di rafforzare una logica di rete.
Servizi pubblici per il lavoro, Comuni, scuole, enti di formazione, associazioni datoriali, terzo settore e imprese dispongono ciascuno di una parte delle informazioni necessarie. Occorre farle dialogare.
Una persona distante dal mercato del lavoro potrebbe non entrare spontaneamente in un Centro per l’Impiego. Può però entrare in contatto con un Comune, un’associazione, un ente formativo o un servizio territoriale.
La rete deve essere capace di intercettare questa persona e accompagnarla verso il percorso più adatto.
Non è sufficiente avere una misura disponibile. Bisogna riuscire a raggiungere chi ne ha bisogno.
PROFILARE PER AIUTARE, NON PER ETICHETTARE
Le tecnologie digitali e l’Intelligenza Artificiale possono aiutare anche in questo ambito.
Un sistema evoluto potrebbe analizzare, con le necessarie garanzie, competenze possedute, esperienze precedenti, formazione, territorio, professioni richieste, necessità formative e possibili professioni contigue.
Potrebbe quindi suggerire percorsi personalizzati di reinserimento.
Ma la profilazione deve essere utilizzata per aumentare le opportunità, non per classificare definitivamente le persone.
Un algoritmo non deve decidere che una persona è «difficilmente occupabile». Deve aiutare a comprendere quali ostacoli devono essere rimossi per aumentarne l’occupabilità.
La decisione finale e l’accompagnamento devono mantenere una componente umana.
FORMARE PER UN POSTO CHE ESISTE
Uno dei rischi delle politiche rivolte a disoccupati e inattivi è costruire formazione scollegata dalla domanda effettiva.
FEDIMI propone un principio molto semplice: ogni percorso di reinserimento dovrebbe partire, quando possibile, dall’analisi delle opportunità professionali presenti o previste nel territorio.
Prima individuiamo le competenze richieste. Poi misuriamo la distanza tra quelle competenze e quelle possedute dalla persona. Infine costruiamo il percorso formativo necessario a colmare la distanza.
È la stessa logica che attraversa l’intero programma FEDIMI Lavoro 2030.
LE IMPRESE DEVONO ESSERE COINVOLTE PRIMA DELLA FORMAZIONE
Troppo spesso l’impresa viene coinvolta soltanto alla fine.
Prima viene progettato il corso. Poi vengono formate le persone. Infine si cercano aziende disponibili ad assumerle.
FEDIMI propone di invertire il processo.
Prima ascoltiamo le imprese: quante persone prevedono di assumere, con quali competenze, in quali territori, quali requisiti sono realmente indispensabili e quali competenze possono invece essere acquisite successivamente sul lavoro.
Su questa base si costruisce la formazione.
Le imprese non devono determinare da sole le politiche formative. Ma una politica finalizzata all’occupazione non può ignorare chi l’occupazione deve crearla.
MOBILITÀ TERRITORIALE: ESISTONO ANCHE DISTANZE GEOGRAFICHE
Una parte del mismatch italiano non riguarda soltanto le competenze. Riguarda la geografia.
Può accadere che in un territorio esistano persone disponibili a lavorare mentre in un altro le imprese non riescono a trovare personale.
Non tutti possono o vogliono trasferirsi. Ma chi è disponibile a farlo dovrebbe essere aiutato.
FEDIMI propone quindi di valutare strumenti che facilitino la mobilità volontaria attraverso informazioni sulle opportunità, sostegno iniziale all’alloggio, servizi di accompagnamento, riconoscimento delle competenze e collegamento tra servizi per il lavoro di territori differenti.
La mobilità deve essere un’opportunità, mai un’imposizione.
ANCHE LE PMI DEVONO POTER PARTECIPARE
Una grande impresa dispone di strutture HR capaci di utilizzare incentivi, piattaforme e programmi di inserimento.
Una piccola impresa spesso cerca semplicemente una persona con determinate competenze e non dispone delle risorse per orientarsi tra molteplici misure.
Il Patto deve quindi essere semplice anche dal lato della domanda.
Una PMI dovrebbe poter comunicare: «Nei prossimi dodici mesi avrò bisogno di queste professionalità».
Il sistema dovrebbe aiutarla a capire se esistono persone disponibili, quali competenze possiedono, quale formazione manca, quali incentivi sono utilizzabili e quali percorsi di inserimento possono essere attivati.
Le associazioni datoriali possono svolgere una funzione di aggregazione e accompagnamento particolarmente importante.
NON MISURARE SOLTANTO QUANTE PERSONE ENTRANO IN UNA MISURA
Anche la valutazione delle politiche deve evolvere.
Non basta sapere quante persone sono state prese in carico.
Dobbiamo conoscere quante sono entrate nel mercato del lavoro, quante vi sono rimaste, quante hanno migliorato le proprie competenze, quante hanno trovato un lavoro coerente con la formazione ricevuta, quante imprese hanno effettivamente risolto un problema di reperimento e quali misure hanno prodotto risultati migliori nei differenti territori.
Una politica attiva deve essere valutata soprattutto per la capacità di produrre attivazione e occupazione sostenibile.
NON SERVE NECESSARIAMENTE UN NUOVO PROGRAMMA
L’Italia dispone già del Programma nazionale Giovani, donne e lavoro 2021-2027. Dispone di politiche regionali, servizi per il lavoro, strumenti di formazione e incentivi.
FEDIMI non propone quindi di aggiungere semplicemente un nuovo contenitore.
Propone di utilizzare maggiormente gli strumenti esistenti all’interno di una strategia integrata.
Il Patto Generazionale dovrebbe diventare soprattutto un metodo di coordinamento.
Politiche del lavoro, politiche formative, servizi territoriali, politiche familiari, imprese, orientamento, mobilità e tecnologia devono progressivamente convergere sullo stesso obiettivo: aumentare la partecipazione al lavoro e valorizzare il capitale umano disponibile.
UN PATTO ANCHE TRA GENERAZIONI
Esiste infine un significato più ampio della parola «generazionale».
L’ingresso dei giovani non deve essere contrapposto alla permanenza dei lavoratori maturi.
L’esperienza dei lavoratori più anziani può diventare una risorsa per formare quelli più giovani.
FEDIMI propone di valorizzare programmi di mentoring generazionale nelle imprese.
Il lavoratore esperto trasferisce conoscenze tecniche, esperienza produttiva e cultura professionale. Il giovane può contribuire con competenze digitali e familiarità con nuove tecnologie.
Non sostituzione. Scambio.
In un Paese che invecchia e nel quale molte imprese affrontano il ricambio generazionale delle professionalità tecniche, questo passaggio di competenze assume un valore strategico.
LA PROPOSTA FEDIMI: DALL’ASSISTENZA ALL’ATTIVAZIONE
Il principio sul quale costruire il Patto Generazionale può essere sintetizzato in una trasformazione: DALL’ASSISTENZA ALL’ATTIVAZIONE.
Attivare non significa obbligare indiscriminatamente le persone ad accettare qualsiasi lavoro. Significa rimuovere gli ostacoli che impediscono loro di partecipare.
Per un giovane può significare orientamento e primo ingresso. Per una donna può significare conciliazione, servizi e opportunità professionali. Per una persona inattiva può significare recuperare competenze, fiducia e contatto con il mercato del lavoro. Per un lavoratore maturo può significare aggiornamento e trasferimento della propria esperienza.
Le politiche devono partire dalla persona, ma devono avere come destinazione concreta il lavoro.
LE PRIME SETTE PROPOSTE FEDIMI COSTRUISCONO ORA UN PERCORSO COMPLETO
Con il settimo punto il progetto Lavoro 2030 assume una struttura ancora più definita.
1. Mappa Nazionale Previsionale delle Competenze: capire quali competenze serviranno.
2. Collegare formazione e domanda delle imprese: trasformare la previsione in programmazione.
3. Piano Nazionale per le Professioni Tecniche e Tecnologiche: rafforzare le professionalità strategiche.
4. Formazione 4.0 permanente: aggiornare continuamente chi lavora.
5. Diritto-dovere all’aggiornamento: rendere ogni persona protagonista della propria occupabilità.
6. Fascicolo Digitale delle Competenze: rendere visibile e trasferibile il patrimonio professionale.
7. Patto Generazionale: riportare dentro il mercato del lavoro tutto il capitale umano che il Paese non può permettersi di lasciare inutilizzato.
La sfida demografica rende questa proposta ancora più urgente.
Se nei prossimi decenni avremo meno persone in età lavorativa, la risposta non potrà essere una sola.
Serviranno tecnologia e produttività. Serviranno politiche migratorie collegate ai fabbisogni professionali. Ma servirà innanzitutto utilizzare meglio il capitale umano che abbiamo già.
Un Paese che avrà meno lavoratori potenziali non può permettersi di lasciare ai margini chi potrebbe contribuire alla sua crescita.
Per FEDIMI, giovani, donne e persone oggi inattive non rappresentano quindi soltanto destinatari delle politiche del lavoro. Rappresentano una parte fondamentale del futuro produttivo dell’Italia.
FEDIMI
Associazione datoriale di categoria
RIFERIMENTI ISTITUZIONALI
- Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Programma nazionale Giovani, donne e lavoro 2021-2027: dotazione complessiva di 5,089 miliardi di euro.
- Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Priorità dedicate all’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e al lavoro delle donne e delle persone in condizioni di vulnerabilità.
- Programma nazionale Giovani, donne e lavoro – interventi integrati per competenze, occupabilità, servizi e rimozione degli ostacoli alla partecipazione.
- Lidio Damiano Carboni
- Responsabile Rapporti Istituzionali FEDIMI

