FEDIMI: «Non esiste un’unica inattività. Per riportare le persone verso il lavoro bisogna prima capire perché ne sono fuori»

Quando nel dibattito pubblico si parla di mercato del lavoro, il termine “inattivi” viene spesso utilizzato in maniera generica e talvolta impropriamente come sinonimo di disoccupati.

Le due condizioni, invece, non coincidono.

Secondo la definizione statistica utilizzata da ISTAT, gli inattivi – o non forze di lavoro – sono le persone che non risultano classificate né come occupate né come disoccupate. Rientrano, ad esempio, persone impegnate negli studi, ritirate dal lavoro o dedicate alla cura della casa e della famiglia, ma anche persone che non hanno cercato attivamente lavoro nelle settimane precedenti oppure che non sarebbero disponibili a iniziare a lavorare nel breve periodo.

Questa definizione comprende quindi situazioni profondamente differenti.

Ed è proprio questa differenza che deve diventare il punto di partenza delle politiche del lavoro.

Per FEDIMI parlare genericamente di milioni di “inattivi” senza distinguere chi desidera lavorare, chi potrebbe essere riattivato, chi incontra ostacoli specifici e chi invece non intende entrare nel mercato del lavoro rischia di produrre una rappresentazione distorta del potenziale occupazionale del Paese.

INATTIVO NON SIGNIFICA DISOCCUPATO

Una persona disoccupata, secondo le definizioni statistiche del mercato del lavoro, non è occupata ma mantiene un rapporto attivo con la ricerca di un impiego e soddisfa specifici criteri di ricerca e disponibilità.

Una persona inattiva è invece fuori dalle forze di lavoro perché non ricerca attivamente un’occupazione, non è immediatamente disponibile a iniziarla oppure si trova contemporaneamente in entrambe le condizioni.

Questa distinzione è essenziale.

Se confondiamo disoccupazione e inattività rischiamo di immaginare che tutta la popolazione inattiva costituisca automaticamente un bacino di persone immediatamente disponibili per le imprese.

Non è così.

La domanda corretta non è quindi soltanto: «Quanti sono gli inattivi?»

Deve diventare: «Chi sono, perché sono inattivi e quale distanza li separa dal mercato del lavoro?»

NON ESISTE UN’UNICA INATTIVITÀ

FEDIMI propone di utilizzare, ai fini delle politiche di attivazione, una lettura per categorie operative. Non si tratta di nuove classificazioni statistiche ufficiali né di etichette da attribuire alle persone, ma di uno strumento per comprendere che cause differenti richiedono risposte differenti.

1. PERSONE DISPONIBILI A LAVORARE MA CHE NON CERCANO ATTIVAMENTE

È una delle categorie più interessanti dal punto di vista delle politiche attive. Eurostat considera espressamente, nell’analisi del labour market slack, le persone che desiderano lavorare e sono disponibili a iniziare nel breve periodo, ma non stanno effettuando una ricerca attiva. In questo gruppo possono rientrare anche persone scoraggiate o persone che ritengono di non trovare opportunità adeguate. La distanza dal mercato può essere relativamente ridotta e interventi di orientamento, matching, accompagnamento e contatto diretto con le imprese possono assumere un ruolo decisivo.

2. PERSONE CHE CERCANO LAVORO MA NON SONO IMMEDIATAMENTE DISPONIBILI

Eurostat individua anche persone che stanno cercando un’occupazione ma non possono iniziare a lavorare nel breve periodo. Le cause possono essere differenti e devono essere comprese prima di progettare l’intervento. Il problema, in questo caso, non è necessariamente la mancanza di volontà o di ricerca, ma la disponibilità temporale effettiva.

3. PERSONE SCORAGGIATE

Una persona può aver cercato lavoro per mesi senza ottenere risultati e progressivamente smettere di farlo. Lo scoraggiamento non equivale necessariamente alla mancanza di volontà di lavorare. In questi casi la politica attiva deve recuperare il rapporto tra persona e mercato, verificare le competenze possedute, individuare opportunità realistiche e ricostruire un percorso di inserimento.

4. PERSONE INATTIVE PER RESPONSABILITÀ FAMILIARI E DI CURA

Una parte dell’inattività può dipendere dalla necessità di assistere figli, anziani o persone non autosufficienti. In questi casi un corso di formazione o un incentivo all’assunzione, da soli, possono non rimuovere l’ostacolo principale. Servizi per l’infanzia, assistenza, flessibilità organizzativa, conciliazione e accessibilità territoriale diventano componenti della politica occupazionale.

5. GIOVANI NEET INATTIVI

All’interno dei giovani che non studiano, non lavorano e non partecipano a percorsi formativi esistono profili molto differenti. Una ricerca INAPP richiamata dal Ministero del Lavoro nel settembre 2026 individua sei profili: esordienti, intermittenti, disallineati, sospesi, invisibili e vincolati. La stessa ricerca evidenzia che oltre il 60% dei giovani intervistati aveva già avuto almeno un’esperienza lavorativa e che l’86,8% dichiarava di voler cambiare la propria condizione. Questo conferma che la condizione NEET non può essere automaticamente interpretata come disinteresse verso il lavoro.

6. PERSONE IMPEGNATE PREVALENTEMENTE NELLO STUDIO O NELLA FORMAZIONE

Studenti e persone impegnate in percorsi formativi rientrano statisticamente tra gli inattivi quando non sono occupati né classificati come disoccupati. Non rappresentano però, per definizione, un problema di inattività da correggere. Sono spesso persone che stanno costruendo il proprio capitale professionale e che entreranno successivamente nel mercato del lavoro. Questa categoria dimostra perché il numero complessivo degli inattivi non può essere utilizzato come stima delle persone immediatamente attivabili.

7. PERSONE TEMPORANEAMENTE DISTANTI DAL MERCATO DEL LAVORO

Esistono periodi della vita nei quali una persona può scegliere o essere costretta a sospendere la partecipazione al lavoro. La distanza può essere temporanea. L’obiettivo delle politiche deve essere evitare che una pausa limitata produca una progressiva perdita di competenze, relazioni professionali e occupabilità.

8. EX LAVORATORI CON COMPETENZE DIVENTATE POCO RICHIESTE

Una persona può uscire dal mercato dopo anni di lavoro perché il settore o la professione sono cambiati. In questo caso il problema centrale è spesso lo skill gap. Occorre individuare le competenze ancora spendibili, quelle da aggiornare e le professioni contigue verso le quali costruire un percorso di reskilling.

9. PERSONE CHE NON INTENDONO PARTECIPARE AL MERCATO DEL LAVORO

Esiste infine una componente di popolazione inattiva che, per scelta personale, fase della vita, pensionamento o altre ragioni, non desidera lavorare. Una politica seria deve riconoscere anche questa realtà. Non tutti gli inattivi devono essere trasformati in destinatari di politiche di attivazione.

LA CATEGORIA PIÙ IMPORTANTE: L’INATTIVITÀ POTENZIALMENTE ATTIVABILE

Dal punto di vista delle politiche del lavoro, FEDIMI ritiene utile concentrare l’attenzione su quella parte della popolazione inattiva che potremmo definire, in termini operativi e non statistici, «inattività potenzialmente attivabile».

Si tratta delle persone che potrebbero entrare o rientrare nel mercato del lavoro se venissero rimossi determinati ostacoli.

Gli ostacoli possono riguardare competenze, informazione, scoraggiamento, servizi di cura, mobilità, organizzazione del lavoro, distanza geografica o difficoltà nell’incontro con le imprese.

Eurostat utilizza il concetto di labour market slack proprio per rappresentare un potenziale di lavoro non pienamente utilizzato. Tra le sue componenti figurano, oltre ai disoccupati e ai lavoratori part-time sottoccupati, anche persone disponibili a lavorare ma che non cercano e persone che cercano ma non sono immediatamente disponibili.

Nel 2024, secondo Eurostat, in Italia la componente più consistente del labour market slack era costituita proprio dalle persone disponibili a lavorare ma non alla ricerca, pari al 7,3% della forza lavoro estesa.

Questo dato non significa che tutte queste persone possano essere immediatamente assunte. Significa però che esiste un’area di potenziale offerta di lavoro che merita politiche specifiche.

UNA MAPPA FEDIMI DELL’INATTIVITÀ

FEDIMI propone che le politiche di attivazione utilizzino una matrice semplice, costruita intorno a cinque domande:

  • Qual è la condizione della persona?
  • Qual è la causa principale dell’inattività?
  • Qual è la distanza effettiva dal mercato del lavoro?
  • Qual è l’ostacolo principale che impedisce l’ingresso o il rientro?
  • Quale intervento può realisticamente ridurre quella distanza?

Da questa analisi possono derivare interventi molto differenti: orientamento e matching per chi è vicino al lavoro; reskilling per chi possiede competenze obsolete; servizi di conciliazione per chi ha responsabilità di cura; accompagnamento intensivo per chi è scoraggiato; formazione e primo inserimento per alcuni giovani; mobilità volontaria per chi vive lontano dalle opportunità disponibili.

DALLE CATEGORIE ALLE POLITICHE PERSONALIZZATE

Il Programma nazionale Giovani, donne e lavoro segue già una direzione coerente con questa impostazione, prevedendo percorsi personalizzati per i giovani più distanti dal lavoro e distinguendo, tra i destinatari, NEET inattivi, giovani che hanno appena concluso gli studi, giovani disponibili pur non cercando lavoro e giovani non disponibili per responsabilità familiari o problemi di salute.

FEDIMI ritiene che questo principio debba essere ulteriormente sviluppato.

Non una misura uguale per tutti, ma un percorso costruito sulla distanza reale dal lavoro.

Una persona molto vicina al mercato potrebbe aver bisogno soltanto di un migliore incontro con la domanda delle imprese.

Un’altra potrebbe necessitare di alcune settimane di formazione.

Un’altra ancora di un percorso di riqualificazione più profondo.

Un’altra potrebbe avere bisogno prima di tutto di servizi che rendano concretamente possibile lavorare.

IL RUOLO DELLE IMPRESE

Una politica di attivazione non può essere costruita soltanto dal lato dell’offerta di lavoro.

Occorre conoscere anche la domanda.

Le imprese devono poter comunicare in maniera semplice quali professionalità cercano, quali competenze considerano indispensabili e quali possono essere sviluppate successivamente attraverso formazione e lavoro.

Le associazioni datoriali possono aggregare soprattutto i fabbisogni delle PMI e trasformarli in informazioni utilizzabili dai servizi per il lavoro e dagli enti formativi.

Il percorso deve quindi diventare bidirezionale: comprendere la persona e contemporaneamente comprendere il fabbisogno dell’impresa.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE PUÒ AIUTARE, MA NON DEVE ETICHETTARE

Le tecnologie digitali possono rendere più efficace questa analisi.

Un sistema potrebbe confrontare competenze possedute, esperienze, territorio, opportunità disponibili e percorsi formativi, suggerendo professioni compatibili o competenze mancanti.

Ma la tecnologia deve essere utilizzata per ampliare le opportunità, non per assegnare alle persone etichette definitive.

Definire automaticamente qualcuno come «non occupabile» o «difficilmente occupabile» rischierebbe di trasformare uno strumento di supporto in un meccanismo di esclusione.

La profilazione deve quindi servire a rispondere alla domanda: «cosa possiamo fare per ridurre la distanza dal lavoro?»

MISURARE LA DISTANZA DAL LAVORO, NON SOLTANTO LO STATUS

FEDIMI propone quindi di spostare progressivamente l’attenzione dallo status amministrativo alla distanza effettiva dal mercato.

Due persone formalmente inattive possono trovarsi in condizioni completamente differenti.

Una potrebbe essere disponibile a iniziare domani e possedere già tutte le competenze richieste.

Un’altra potrebbe aver bisogno di mesi di formazione e di servizi di accompagnamento.

Considerarle allo stesso modo significa progettare male le politiche.

Occorre quindi costruire livelli di intensità differenti dell’intervento, proporzionati alla distanza effettiva dal lavoro.

NON TRASFORMARE L’INATTIVITÀ IN UNA COLPA

Esiste infine un aspetto culturale che FEDIMI ritiene importante.

Il termine inattivo descrive una condizione statistica. Non definisce il valore della persona.

Essere fuori dal mercato del lavoro può dipendere da molte ragioni e non può essere automaticamente interpretato come mancanza di volontà.

La recente analisi sui giovani inattivi richiamata dal Ministero del Lavoro mostra proprio quanto siano articolati i percorsi individuali e quanto spesso esista una volontà di cambiamento.

Una politica efficace deve responsabilizzare le persone quando esistono opportunità concrete, ma contemporaneamente deve evitare rappresentazioni semplicistiche o stigmatizzanti.

LA PROPOSTA FEDIMI: DALLA STATISTICA ALL’ATTIVAZIONE MIRATA

Il Patto Generazionale per Giovani, Donne e Inattivi proposto da FEDIMI nel punto 7 di Lavoro 2030 deve quindi partire da una distinzione fondamentale.

Non dobbiamo chiedere genericamente di «attivare gli inattivi».

Dobbiamo individuare quali persone desiderano lavorare, quali potrebbero farlo, quali ostacoli incontrano e quali strumenti possono concretamente avvicinarle al mercato.

Questo significa passare dalla categoria statistica alla persona.

Dalla misura standard al percorso personalizzato.

Dal numero complessivo degli inattivi alla misurazione del potenziale effettivamente attivabile.

È una differenza decisiva anche per le imprese.

In un Paese che affronta contemporaneamente declino demografico e difficoltà di reperimento di personale, recuperare anche una parte del capitale umano oggi inutilizzato può diventare una componente della politica industriale, non soltanto della politica sociale.

Ma per riuscirci dobbiamo prima sapere chi vogliamo raggiungere.

Per FEDIMI il principio è semplice: NON ESISTE UN’UNICA INATTIVITÀ. E PROPRIO PER QUESTO NON PUÒ ESISTERE UN’UNICA POLITICA DI ATTIVAZIONE.

FEDIMI
Associazione datoriale di categoria

RIFERIMENTI ISTITUZIONALI

  • ISTAT – definizione di inattivi/non forze di lavoro e metodologia della Rilevazione sulle forze di lavoro.
  • Eurostat – Labour market slack e indicatori supplementari alla disoccupazione: persone disponibili ma non in cerca di lavoro; persone in cerca ma non immediatamente disponibili.
  • Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Programma nazionale Giovani, donne e lavoro 2021-2027.
  • Ministero del Lavoro / INAPP – “Giovani inattivi, sei profili per capire il fenomeno”, settembre 2026.
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  • Lidio Damiano Carboni
  • Responsabile Rapporti Istituzionali – FEDIMI