FEDIMI: con petrolio e gas stabilmente sui livelli attuali, il problema non riguarda soltanto l’inflazione. A rischio sono PIL, margini, investimenti e competitività del sistema produttivo italiano

L’intensificarsi dei conflitti e delle tensioni geopolitiche in specifiche aree strategiche per gli approvvigionamenti energetici internazionali sta riportando al centro del dibattito economico una questione che l’Italia non può permettersi di considerare esclusivamente come un problema energetico: quale sarebbe l’impatto sulla crescita economica e sulla produttività delle imprese se le quotazioni dei combustibili fossili rimanessero per un periodo prolungato sui livelli determinati dall’attuale instabilità geopolitica?

La domanda è particolarmente rilevante per un Paese trasformatore come l’Italia, fortemente integrato nelle catene internazionali del valore e strutturalmente dipendente dall’importazione di fonti energetiche.

Al 14 settembre 2026 il Brent è tornato sopra i 107 dollari al barile, con quotazioni intraday superiori a 108 dollari. L’11 settembre aveva raggiunto 109,97 dollari, con un aumento del 57% rispetto ai 70,14 dollari del 2 luglio. Alle tensioni nello Stretto di Hormuz si sono aggiunti i rischi connessi alle infrastrutture energetiche e alla navigazione lungo alcune delle principali rotte internazionali, con conseguenze anche sui costi di trasporto, assicurazione e logistica.

Anche il gas europeo è tornato sotto pressione: nelle ultime settimane il TTF ha superato nuovamente quota 70 euro/MWh, dimostrando quanto il mercato europeo rimanga sensibile alle perturbazioni delle forniture internazionali.

Per FEDIMI – Federazione Imprese Italia – il tema deve quindi essere analizzato non soltanto sotto il profilo dell’aumento delle bollette o del prezzo dei carburanti, ma attraverso l’intera catena di trasmissione dello shock energetico all’economia reale.

Il punto di partenza: l’Italia importa lo shock energetico

La vulnerabilità italiana è essenzialmente economica prima ancora che fisica.

Secondo Banca d’Italia, nel 2025 i Paesi del Golfo fornivano circa il 10% delle importazioni italiane di petrolio greggio, l’11% di quelle di gas naturale e circa un quarto dei prodotti petroliferi raffinati. Il problema, tuttavia, non è soltanto la provenienza diretta delle forniture.

Petrolio e gas sono mercati internazionali. Una riduzione dell’offerta nelle principali aree produttrici modifica il prezzo marginale dell’energia anche per il petrolio o il gas acquistati dall’Italia da altri fornitori. È quindi possibile diversificare geograficamente gli approvvigionamenti, ma è molto più difficile sottrarsi allo shock globale dei prezzi.

Lo Stretto di Hormuz rappresenta, inoltre, un punto sistemico dell’economia mondiale: secondo Banca d’Italia vi transita normalmente circa il 20% del petrolio e del GNL mondiale.

La questione diventa pertanto macroeconomica.

Quanto può incidere sul PIL italiano?

Le simulazioni elaborate da Banca d’Italia costituiscono un riferimento particolarmente utile.

Nello scenario di base costruito nella primavera 2026 venivano ipotizzati prezzi medi annui di circa 90 dollari al barile per il petrolio e 51 euro/MWh per il gas naturale.

In uno scenario avverso venivano invece considerati 133 dollari/barile per il petrolio e 96 euro/MWh per il gas. In quest’ultima ipotesi il disavanzo energetico italiano sarebbe aumentato di quasi 2,5 punti percentuali di PIL, raggiungendo il 4,3% del prodotto interno lordo.

È un dato che merita particolare attenzione.

Le quotazioni attuali del Brent, nell’area 107-108 dollari, sono già circa il 19-20% superiori ai 90 dollari assunti nello scenario base della Banca d’Italia. Non siamo ancora nello scenario estremo da 133 dollari, ma ci troviamo chiaramente in una fascia di prezzo incompatibile, se mantenuta a lungo, con l’ipotesi di una rapida normalizzazione del costo dell’energia.

Banca d’Italia stimava già nello scenario elaborato in aprile una crescita del PIL italiano dello 0,5% nel 2026, dopo aver rivisto complessivamente al ribasso di circa mezzo punto percentuale la crescita cumulata del triennio 2026-2028 soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi energetici.

Le valutazioni più recenti indicano per il 2026 una crescita nell’ordine dello 0,5-0,6%, mentre il secondo trimestre ha già mostrato un rallentamento degli investimenti e dei consumi.

Il margine di sicurezza è quindi molto ridotto.

Un’economia che cresce dello 0,5-0,6% annuo non necessita di uno shock energetico di grandi dimensioni per entrare in una fase di stagnazione sostanziale.

Tre possibili scenari

Sulla base delle quotazioni osservate e delle analisi della Banca d’Italia, FEDIMI ritiene utile distinguere tre scenari indicativi.

Scenario di normalizzazione. Il Brent ritorna progressivamente verso 80-90 dollari e il TTF verso 45-55 euro/MWh. L’impatto rimane significativo ma assorbibile. La crescita italiana potrebbe mantenersi positiva, seppure debole, e le imprese potrebbero compensare parte dell’aumento dei costi attraverso efficienza, revisione degli approvvigionamenti e recuperi di produttività.

Scenario di persistenza dei prezzi attuali. Petrolio stabilmente nell’area 105-110 dollari e gas europeo nell’area 65-75 euro/MWh. Questo è, a nostro avviso, lo scenario oggi economicamente più interessante da analizzare. Non rappresenterebbe necessariamente uno shock immediatamente recessivo, ma produrrebbe una progressiva erosione del reddito disponibile delle famiglie, dei margini aziendali e della capacità di investimento. Con una crescita tendenziale già prossima allo 0,5%, anche pochi decimi di punto di minore crescita diventerebbero macroeconomicamente rilevanti.

Scenario di escalation. Brent verso 130-135 dollari e TTF verso 90-100 euro/MWh. È sostanzialmente l’ordine di grandezza dello scenario avverso già analizzato dalla Banca d’Italia. In tale situazione l’inflazione italiana potrebbe raggiungere il 4,5% nel 2026 e il 3,3% nel 2027, mentre l’attività economica potrebbe stagnare nel 2026 e contrarsi nel 2027.

Non si tratta quindi di ipotesi puramente teoriche: il livello attuale del Brent si colloca già fra lo scenario base e quello avverso utilizzati nelle simulazioni istituzionali.

Il vero problema per le imprese: non soltanto energia, ma produttività

L’impatto aziendale dello shock energetico è più complesso dell’aumento della bolletta.

Possiamo rappresentarlo schematicamente attraverso:

Costo unitario di produzione = lavoro + energia + materie prime + logistica + capitale + servizi intermedi / quantità prodotta

Se aumenta contemporaneamente il costo dell’energia, dei trasporti e degli input intermedi, mentre la domanda non consente all’impresa di trasferire integralmente l’aumento sui prezzi finali, si determina una compressione del margine operativo per unità prodotta.

Ed è precisamente questo uno dei rischi emersi dalle indagini della Banca d’Italia.

Le imprese intervistate successivamente all’intensificarsi delle tensioni internazionali prevedevano un incremento medio dei costi degli input produttivi del 3,4% nei dodici mesi successivi, circa un punto percentuale in più rispetto alle imprese intervistate precedentemente. Le aspettative sui propri prezzi di vendita rimanevano invece vicine al 2%.

La differenza segnala un potenziale effetto forbice sui margini: costi che aumentano più rapidamente dei prezzi di vendita.

Ed è qui che lo shock energetico può trasformarsi in uno shock di produttività.

Un’impresa con margini inferiori dispone infatti di minori risorse per investire in macchinari, digitalizzazione, automazione, formazione, ricerca, efficientamento energetico e innovazione.

Il meccanismo può diventare cumulativo:

energia più cara → maggiori costi → minori margini → minori investimenti → minore crescita della produttività → minore competitività.

Un esempio aziendale

Consideriamo, a titolo puramente esemplificativo, un’impresa manifatturiera con:

  • ricavi per 10 milioni di euro;
  • costi energetici diretti pari al 5% del fatturato, quindi 500.000 euro;
  • margine operativo pari all’8%, quindi 800.000 euro.

Se il costo energetico effettivamente sostenuto dall’impresa aumentasse del 25%, a parità di consumi, l’extracosto sarebbe pari a 125.000 euro.

Se l’impresa non riuscisse a trasferirlo sui clienti, il margine operativo scenderebbe da 800.000 a 675.000 euro: una riduzione del 15,6%.

Con un aumento effettivo dell’energia del 40%, l’extracosto raggiungerebbe 200.000 euro e il margine operativo si ridurrebbe del 25%.

E questo calcolo considera esclusivamente il costo energetico diretto.

Non comprende l’aumento incorporato nei prezzi dei fornitori, dei trasporti, degli imballaggi, delle materie prime, dei servizi logistici e degli altri input.

Per questo motivo un aumento del 20% del prezzo internazionale dell’energia non equivale semplicemente a un aumento proporzionale della bolletta: può generare un effetto moltiplicativo lungo l’intera filiera.

I settori maggiormente esposti

La vulnerabilità non è uniforme.

Banca d’Italia individua tra i comparti maggiormente sensibili chimica, metallurgia, prodotti minerali non metalliferi e carta. Questi settori rappresentano complessivamente circa il 16% delle esportazioni italiane di beni.

A questi devono essere aggiunti, attraverso effetti diretti o indiretti, trasporto e logistica, ceramica, vetro, plastica, agroalimentare, agricoltura, costruzioni e numerose lavorazioni meccaniche.

Per molte PMI il problema può risultare ancora più rilevante perché la capacità di negoziare contratti energetici, diversificare gli approvvigionamenti o trasferire rapidamente i maggiori costi sui clienti è inferiore rispetto alle grandi imprese.

Petrolio e gas producono inoltre effetti differenti

Le analisi economiche sugli shock di offerta energetica evidenziano una distinzione importante.

Gli shock petroliferi tendono ad avere effetti più immediati sull’inflazione energetica, ma relativamente meno persistenti; gli shock sull’offerta di gas producono invece effetti più graduali ma più persistenti e maggiormente diffusi anche sulle componenti non energetiche dei prezzi.

Per il sistema produttivo italiano ciò significa che la stabilizzazione del prezzo del petrolio, da sola, potrebbe non essere sufficiente.

Una crisi prolungata del gas può propagarsi al prezzo dell’elettricità e successivamente ai costi di una parte molto ampia della produzione industriale.

Il secondo shock: tassi di interesse e investimenti

Esiste inoltre un canale meno evidente.

Energia più cara significa maggiore inflazione. Maggiore inflazione riduce lo spazio delle banche centrali per politiche monetarie espansive e può determinare tassi di interesse più elevati per un periodo più lungo.

Lo shock energetico diventa quindi contemporaneamente:

shock sui costi + shock sulla domanda + shock finanziario.

L’impresa paga di più l’energia, affronta consumatori con minore potere d’acquisto e sostiene un costo maggiore per finanziare nuovi investimenti.

È questo il passaggio che potrebbe avere le conseguenze più durature sulla produttività italiana.

Un trasferimento di ricchezza verso l’estero

Per un Paese importatore, il rincaro dei combustibili fossili rappresenta anche un deterioramento delle ragioni di scambio.

In termini semplici, l’Italia deve esportare una quantità maggiore di beni e servizi per acquistare la stessa quantità di energia.

L’aumento dei prezzi energetici determina quindi un significativo trasferimento di ricchezza verso l’estero, riducendo il reddito disponibile delle famiglie, comprimendo i margini delle imprese e frenando la crescita.

Questo aspetto è essenziale.

Il costo macroeconomico dell’energia importata non scompare: costituisce reddito che lascia il sistema economico nazionale.

La posizione di FEDIMI

Per FEDIMI la crescente instabilità geopolitica in specifiche aree strategiche dimostra ancora una volta che la politica energetica non può essere separata dalla politica industriale.

Il sostegno alle imprese non può tradursi esclusivamente in interventi emergenziali sulle bollette ogni volta che si verifica una crisi internazionale.

Occorre ridurre strutturalmente la quantità di energia importata necessaria per produrre un’unità di PIL.

Ciò significa accelerare gli investimenti in efficienza energetica, autoproduzione, fonti rinnovabili, sistemi di accumulo, elettrificazione dei processi compatibili, recupero termico, digitalizzazione dei consumi, diagnosi energetiche e ammodernamento degli impianti produttivi.

Ma significa anche costruire strumenti che permettano soprattutto alle PMI di realizzare questi investimenti.

Un euro utilizzato per compensare temporaneamente una bolletta più elevata risolve un problema contingente. Un euro capace di ridurre permanentemente l’intensità energetica di un processo produttivo può invece migliorare contemporaneamente competitività, produttività e sicurezza energetica.

Dalla crisi energetica alla questione della produttività nazionale

I conflitti e le tensioni geopolitiche nelle aree strategiche per gli approvvigionamenti energetici mettono quindi in evidenza una debolezza strutturale.

Se il Brent dovesse permanere per diversi mesi sopra i 100-110 dollari e il gas europeo mantenersi significativamente sopra i livelli antecedenti alla crisi, l’Italia non subirebbe soltanto maggiore inflazione.

Subirebbe una progressiva sottrazione di risorse a consumi, margini aziendali e investimenti.

Ed è proprio l’investimento il punto decisivo.

Un Paese caratterizzato da una crescita della produttività storicamente debole non può permettersi che una nuova crisi energetica induca le imprese a rinviare gli investimenti necessari per aumentarla.

Per questo FEDIMI ritiene necessario affiancare al monitoraggio dell’inflazione un vero monitoraggio dell’impatto energetico sulla produttività delle imprese, distinguendo settori, dimensioni aziendali e intensità energetica.

La domanda da porre non deve essere soltanto:

“quanto aumenterà il prezzo dell’energia?”

La domanda economicamente più importante è:

“quanta capacità di investimento, produttività e PIL rischiamo di perdere se questo livello dei prezzi diventerà strutturale?”

È su questa seconda domanda che dovrebbe concentrarsi una parte crescente della politica economica e industriale italiana.

Perché un nuovo shock energetico, in un’economia che cresce intorno a mezzo punto percentuale all’anno, non rappresenta semplicemente un aumento dei costi.

Può rappresentare la differenza tra crescita e stagnazione.

Lidio Damiano Carboni – Responsabile Rapporti Istituzionali FEDIMI