Analisi dell’andamento del costo del gas da settembre 2025 a settembre 2026 e delle ripercussioni sui costi energetici
Tra settembre 2025 e settembre 2026 il mercato europeo del gas ha compiuto un percorso che merita di essere analizzato con attenzione, soprattutto dal punto di vista delle imprese. Nel settembre 2025 il gas naturale sul mercato europeo TTF quotava mediamente circa 32 euro/MWh. Il 15 settembre 2026 il contratto TTF si colloca invece intorno a 82,3 euro/MWh. Significa che, confrontando il livello medio di settembre 2025 con la quotazione corrente, il prezzo è aumentato di circa il 157%.
Non siamo semplicemente di fronte a una variazione di una materia prima. Per FEDIMI – Federazione Imprese Italia – siamo di fronte a un fenomeno che progressivamente si trasferisce sull’intero sistema produttivo attraverso almeno quattro canali: gas → elettricità → costi industriali → prezzi di beni e servizi. Comprendere quello che è accaduto negli ultimi dodici mesi permette quindi di comprendere meglio una parte delle pressioni che oggi interessano le imprese italiane.
Settembre 2025: il gas intorno ai 32 euro/MWh
Nel settembre 2025 il TTF europeo si collocava mediamente nell’area dei 32-33 €/MWh. Anche il mercato italiano presentava condizioni relativamente favorevoli: ARERA rilevava per settembre 2025 una componente della materia prima gas basata sul PSV pari a 34,89 €/MWh.
Il mercato proveniva inoltre da una fase discendente. Il TTF era passato da circa 50 €/MWh nel febbraio 2025 a circa 42 in marzo, per poi scendere progressivamente fino all’area dei 32 euro nel settembre successivo. Sembrava quindi essersi consolidata una fase di relativa normalizzazione.
L’andamento mese per mese
La ricostruzione delle medie mensili TTF consente di osservare molto chiaramente il cambiamento intervenuto. Tra settembre e dicembre 2025 il mercato aveva addirittura registrato una riduzione di circa il 14%. Da dicembre 2025 a oggi, invece, il prezzo è quasi triplicato. Ed è soprattutto dalla primavera 2026 che si osserva il cambiamento strutturale della curva.
| Periodo | TTF €/MWh |
| Settembre 2025 | ≈ 32,0 |
| Ottobre 2025 | ≈ 32,0 |
| Novembre 2025 | ≈ 30,5 |
| Dicembre 2025 | ≈ 27,6 |
| Gennaio 2026 | ≈ 34,8 |
| Febbraio 2026 | ≈ 32,8 |
| Marzo 2026 | ≈ 51,8 |
| Aprile 2026 | ≈ 44,5 |
| Maggio 2026 | ≈ 47,2 |
| Giugno 2026 | ≈ 45,0 |
| Luglio 2026 | ≈ 53,9 |
| Agosto 2026 | ≈ 62,0 |
| 15 settembre 2026 | ≈ 82,3 (quotazione corrente) |
Da 32 a 82 euro: cosa significa realmente?
Consideriamo un consumo teorico di 10.000 MWh annui di gas. Con un prezzo della materia prima pari a 32 €/MWh, il costo teorico è 320.000 euro. Con un prezzo pari a 82 €/MWh, il costo teorico sale a 820.000 euro. La differenza è quindi di circa 500.000 euro.
Naturalmente questa non rappresenta automaticamente l’incremento effettivamente sostenuto dall’impresa: contratti a prezzo fisso, coperture finanziarie, modalità di indicizzazione, periodo di rinnovo e struttura commerciale possono attenuare o ritardare l’impatto. Ma l’esempio permette di comprendere l’ordine di grandezza del fenomeno. Ogni 10 €/MWh di aumento significa, per un consumatore da 10.000 MWh, circa 100.000 euro di maggiore costo potenziale annuo sulla sola materia prima.
Il problema non riguarda soltanto chi utilizza direttamente il gas
Un’impresa potrebbe utilizzare relativamente poco gas e ritenersi quindi poco esposta. Non necessariamente è così. Il gas entra nel sistema economico anche indirettamente attraverso la produzione di energia elettrica, i processi industriali dei fornitori, la produzione di materiali, il riscaldamento, la logistica e numerose filiere manifatturiere.
Il costo energetico può quindi raggiungere un’azienda attraverso bolletta elettrica, fornitori, materie prime, semilavorati, logistica e servizi. È un effetto a cascata.
Gas ed elettricità: un legame ancora determinante
Il sistema elettrico europeo continua ad avere una significativa esposizione alle quotazioni del gas. Le centrali termoelettriche alimentate a gas partecipano infatti alla formazione del prezzo dell’elettricità e, soprattutto nelle ore nelle quali rappresentano la tecnologia marginale necessaria per soddisfare la domanda, l’aumento del combustibile può trasferirsi sui prezzi elettrici all’ingrosso.
Le proiezioni BCE considerate nell’analisi indicano per il 2026 un prezzo medio del gas di circa 51 €/MWh contro 36,2 nel 2025, mentre il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità passa da 83,6 a 108,7 €/MWh: circa +41% per il gas e +30% per l’elettricità all’ingrosso. Il trasferimento non è meccanicamente proporzionale, ma la relazione economica rimane evidente.
Perché 82 €/MWh rappresentano un segnale particolarmente delicato
Il livello raggiunto deve essere letto con prudenza ma anche con attenzione. Una quotazione giornaliera può ridursi rapidamente; ciò che conta per il sistema produttivo è soprattutto la durata della permanenza dei prezzi su livelli elevati. Un picco temporaneo e un prezzo strutturalmente alto per molti mesi producono conseguenze economiche profondamente diverse.
Il primo effetto: aumentano i costi diretti di produzione
Per le aziende energivore l’effetto è immediato. Chimica, vetro, ceramica, carta, metallurgia, siderurgia, alimentare e numerosi altri comparti utilizzano direttamente gas o energia termica nei processi produttivi.
Immaginiamo un’impresa con fatturato di 20 milioni di euro, costo energetico di 2 milioni e margine operativo di 1,6 milioni. Se il costo energetico complessivo aumentasse del 25%, l’extracosto sarebbe di 500.000 euro. Se l’impresa non riuscisse a trasferirlo sui prezzi finali, il margine passerebbe da 1,6 milioni a 1,1 milioni: una contrazione superiore al 31% del margine operativo.
Il secondo effetto: aumentano i costi dei fornitori
Se aumenta il costo energetico di chi produce vetro, acciaio, plastica, carta, componentistica, packaging o prodotti chimici, una parte dell’incremento viene inevitabilmente trasferita lungo la filiera. La capacità di trasferire gli aumenti degli input sui prezzi finali non è uniforme e può risultare particolarmente problematica per le PMI.
Le imprese possono quindi subire l’aumento dei prezzi imposto dai propri fornitori senza disporre della stessa forza contrattuale per trasferirlo ai propri clienti. Si crea così una compressione dei margini.
Il terzo effetto: l’inflazione
Il rincaro energetico non rimane confinato all’energia. Gli shock sull’offerta di gas tendono a essere persistenti e possono diffondersi alle componenti non energetiche dell’inflazione. Il meccanismo è facilmente comprensibile: energia → produzione → distribuzione → prezzo finale → inflazione.
Il quarto effetto: gli investimenti
Per FEDIMI questo è uno degli aspetti più preoccupanti. Quando aumentano i costi energetici, l’impresa può aumentare i prezzi, ridurre i margini oppure ridurre o rinviare altre spese. Quando non è possibile trasferire integralmente l’incremento al mercato, spesso vengono sacrificati investimenti, innovazione e sviluppo.
Ed è proprio qui che il problema energetico diventa un problema di produttività. Un’impresa che utilizza maggiori risorse finanziarie per acquistare la stessa quantità di energia dispone di minori risorse per acquistare nuovi macchinari, digitalizzare i processi, formare il personale, automatizzare la produzione o investire in ricerca.
Il quinto effetto: la competitività internazionale
Il prezzo dell’energia non è soltanto un costo assoluto. È un costo relativo rispetto ai concorrenti internazionali. Se un’impresa italiana sostiene strutturalmente costi energetici superiori rispetto a un concorrente localizzato in altre aree produttive, la differenza entra progressivamente nel prezzo del prodotto oppure deve essere assorbita dal margine.
Per un Paese manifatturiero ed esportatore come l’Italia questa è una questione di politica industriale, non semplicemente energetica.
Da settembre 2025 a oggi: la dimensione del cambiamento
Il TTF è passato da circa 32 €/MWh nel settembre 2025 a oltre 82 €/MWh il 15 settembre 2026. Rispetto al settembre 2025, il livello corrente risulta quindi superiore di circa 50 €/MWh, pari a oltre il 150%.
Ancora più impressionante è il confronto con dicembre 2025: dagli allora circa 27,6 €/MWh agli oltre 82 attuali. In meno di nove mesi il prezzo si è quindi sostanzialmente triplicato.
FEDIMI: occorre misurare il costo energetico complessivo per il sistema produttivo
Per FEDIMI – Federazione Imprese Italia – questi numeri suggeriscono la necessità di superare una lettura dell’energia basata esclusivamente sull’andamento delle bollette.
Il vero indicatore da osservare dovrebbe essere il costo energetico complessivamente incorporato nella produzione italiana: non soltanto quanto paga direttamente un’impresa per gas ed elettricità, ma anche quanta energia è incorporata nei materiali, nei servizi, nei trasporti e negli input che essa acquista. È questa la dimensione che determina l’effettiva esposizione del sistema produttivo e che può incidere su margini, investimenti, produttività e competitività.
Efficienza energetica: da politica ambientale a politica industriale
L’andamento degli ultimi dodici mesi dimostra anche perché l’efficienza energetica dovrebbe essere considerata sempre più come una componente della politica industriale.
Se un’impresa riduce strutturalmente il proprio fabbisogno energetico per unità prodotta, non ottiene soltanto un beneficio ambientale: riduce la propria esposizione alle future oscillazioni del prezzo dell’energia. Diagnosi energetiche, efficientamento degli impianti, recupero termico, autoproduzione, fotovoltaico, accumulo, elettrificazione dove tecnicamente ed economicamente sostenibile e sistemi evoluti di monitoraggio dei consumi rappresentano quindi anche strumenti di protezione della competitività aziendale.
Una questione che riguarda la politica economica
Il passaggio da circa 32 €/MWh del settembre 2025 agli oltre 82 €/MWh attuali dovrebbe rappresentare un segnale di attenzione. Non sappiamo ancora per quanto tempo le quotazioni rimarranno sui livelli attuali. Ed è proprio questa la variabile determinante.
Un picco temporaneo può essere assorbito. Un prezzo elevato per alcune settimane produce maggiori costi. Un prezzo strutturalmente elevato per molti mesi modifica invece budget aziendali, margini, investimenti, inflazione, competitività e prospettive di crescita.
Per FEDIMI è quindi necessario che l’andamento del gas venga letto non soltanto come indicatore del mercato energetico, ma come un vero indicatore anticipatore delle pressioni sul sistema produttivo.
Perché dietro ogni euro in più per MWh non c’è soltanto una bolletta più cara. Ci sono imprese che devono decidere se assorbire l’aumento, trasferirlo sui prezzi, ridurre i margini o rinviare investimenti. Ed è dalla somma di milioni di queste decisioni che, alla fine, dipendono produttività, competitività e crescita dell’economia italiana.
Riferimenti essenziali
• ARERA – valore della materia prima gas per il servizio di tutela della vulnerabilità, settembre 2025.
• Banca d’Italia – analisi e bollettini economici sull’impatto degli shock energetici, inflazione e sistema produttivo.
• Banca Centrale Europea – proiezioni macroeconomiche e ipotesi sui prezzi all’ingrosso di gas ed elettricità.
• Mercato TTF – serie storiche e quotazioni europee del gas naturale utilizzate per la ricostruzione dell’andamento settembre 2025-settembre 2026.
Lidio Damiano Carboni
Responsabile Rapporti Istituzionali FEDIMI

