Donazioni, sponsorizzazioni, volontariato e partecipazione attiva: piccoli contributi possono generare grandi effetti economici e sociali
L’Italia dispone di una risorsa economica e sociale che troppo spesso viene considerata soltanto sotto il profilo etico: la disponibilità di cittadini, imprese e organizzazioni a mettere a disposizione denaro, competenze, relazioni e tempo per finalità di interesse collettivo. FEDIMI ritiene utile aprire una riflessione su un modello di solidarietà diffusa nel quale donazioni, contributi al Terzo settore, sponsorizzazioni sociali, volontariato e partecipazione delle persone anziane ancora attive possano diventare componenti strutturali della capacità del Paese di rispondere ai bisogni.
Il volontariato non è un elemento marginale dell’economia
Secondo ISTAT, nel 2023 circa 4,7 milioni di persone, pari al 9,1% della popolazione di 15 anni e più, hanno svolto attività di volontariato in forma organizzata e/o attraverso aiuti diretti. Il dato segnala tuttavia una riduzione rispetto al 2013. Il Censimento permanente delle istituzioni non profit aveva inoltre rilevato, con riferimento al 2021, 4,661 milioni di volontari impegnati nelle istituzioni non profit. Non si tratta quindi di una componente residuale, ma di una vera infrastruttura sociale distribuita sul territorio.
L’OCSE ricorda che il volontariato produce effetti personali, comunitari ed economici e riporta una stima secondo cui, nei Paesi OCSE, il valore del tempo dedicato al volontariato può corrispondere mediamente a circa l’1,9% del PIL. Il dato non deve essere interpretato come una spesa pubblica automaticamente sostituibile: serve invece a comprendere l’ordine di grandezza del valore economico generato gratuitamente dalla partecipazione civica.
Dalla solidarietà occasionale a un ecosistema permanente
Il punto non è chiedere alla società civile di sostituire lo Stato. Sanità, assistenza, istruzione, sicurezza sociale e servizi essenziali rimangono responsabilità pubbliche. La questione è diversa: costruire un sistema nel quale risorse pubbliche, iniziativa privata e cittadinanza attiva si rafforzino reciprocamente.
Una donazione di pochi euro, una sponsorizzazione locale di modesta entità, alcune ore mensili di volontariato, la disponibilità gratuita di una competenza professionale, il sostegno logistico di un’impresa o l’utilizzo temporaneo di uno spazio possono sembrare interventi limitati. Moltiplicati per migliaia di persone e imprese, possono però finanziare attrezzature, iniziative educative, attività sportive e culturali, assistenza alle fragilità, tutela ambientale, protezione civile e progetti di comunità.
Il ruolo delle imprese: dalla microimpresa alla grande azienda
Quando si parla di responsabilità sociale, sponsorizzazioni o sostegno al Terzo settore, si tende spesso a pensare alle grandi imprese, dotate di strutture organizzative, budget dedicati e programmi articolati di sostenibilità. È invece necessario ampliare questa prospettiva: tutte le imprese, piccole, medie e grandi, possono contribuire alla costruzione di un sistema di solidarietà collettiva, naturalmente in misura proporzionata alle proprie dimensioni e possibilità.
L’Italia, caratterizzata da un tessuto produttivo nel quale le micro, piccole e medie imprese hanno un peso determinante, dispone proprio per questo di una straordinaria capacità potenziale di intervento diffuso sul territorio.
Non è necessario immaginare esclusivamente grandi sponsorizzazioni. Una piccola attività commerciale che sostiene una società sportiva giovanile, un artigiano che mette gratuitamente a disposizione alcune ore del proprio lavoro, un’impresa che fornisce materiali a un’associazione, uno studio professionale che offre una consulenza, una PMI che finanzia un progetto sociale del proprio Comune o una grande azienda che sviluppa un programma strutturato di sostegno al Terzo settore partecipano, con strumenti differenti, allo stesso processo.
La dimensione del contributo non deve quindi rappresentare il parametro principale attraverso il quale misurare il valore della partecipazione. Un contributo di 500 o 1.000 euro può apparire marginale se considerato singolarmente, ma può diventare significativo per una piccola associazione locale. Se comportamenti analoghi fossero adottati da decine di migliaia di imprese, la capacità complessiva di finanziamento delle iniziative sociali, sportive, culturali, ambientali e assistenziali crescerebbe considerevolmente.
Si potrebbe sviluppare una vera e propria cultura della micro-sponsorizzazione sociale, attraverso la quale anche le imprese di minori dimensioni possano individuare ogni anno uno o più progetti del proprio territorio ai quali destinare risorse compatibili con le proprie capacità economiche.
Il contributo delle imprese, inoltre, non deve necessariamente essere monetario. Un’azienda può mettere a disposizione beni, attrezzature, mezzi, locali, servizi, capacità organizzative o competenze professionali. Può favorire attività di volontariato dei propri collaboratori, sostenere campagne di raccolta fondi, contribuire alla realizzazione di eventi oppure mettere in relazione associazioni e soggetti appartenenti alla propria rete economica.
Un’impresa informatica potrebbe aiutare gratuitamente una piccola associazione nella digitalizzazione; un’impresa edile potrebbe contribuire alla manutenzione di una struttura sociale; un’impresa di trasporti potrebbe mettere occasionalmente a disposizione un mezzo; uno studio professionale potrebbe offrire alcune ore di consulenza; un esercizio commerciale potrebbe sostenere una raccolta fondi o un’iniziativa locale. In questo modo il valore trasferito alla collettività può essere superiore al semplice contributo finanziario, perché viene messo a disposizione anche il patrimonio di conoscenze e capacità operative sviluppato dalle imprese.
Piccole, medie e grandi imprese: strumenti differenti, medesimo obiettivo
Il modello dovrebbe essere necessariamente differenziato. Le micro e piccole imprese possono essere protagoniste soprattutto della solidarietà di prossimità: associazioni locali, sport giovanile, scuole, iniziative ambientali, sostegno alle fragilità e progetti della comunità nella quale l’impresa opera.
Le medie imprese possono aggiungere programmi continuativi, partnership pluriennali, sostegno economico e tecnico a progetti territoriali più strutturati e iniziative di volontariato aziendale. Le grandi imprese, disponendo generalmente di maggiori risorse economiche e organizzative, possono sviluppare programmi di più ampia portata, finanziare progetti complessi, creare fondazioni o partnership strutturate e coinvolgere contemporaneamente dipendenti, fornitori e comunità locali.
Non esiste quindi un modello unico. Deve esistere piuttosto un principio comune: ognuno può contribuire secondo le proprie possibilità.
La forza economica della partecipazione diffusa
È proprio la diffusione del comportamento a poter determinare un effetto macroeconomico interessante. A titolo puramente esemplificativo, se 100.000 imprese italiane destinassero mediamente 1.000 euro all’anno a iniziative sociali e territoriali, verrebbero mobilitati 100 milioni di euro ogni anno. Se il numero delle imprese partecipanti salisse a 250.000, mantenendo lo stesso contributo medio, le risorse diventerebbero 250 milioni di euro.
Il valore reale potrebbe essere ancora superiore, perché a queste somme andrebbero aggiunti beni, servizi, prestazioni professionali, utilizzo di strutture e ore di volontariato aziendale. L’obiettivo non dovrebbe essere quello di trasferire alle imprese responsabilità proprie dello Stato o degli enti locali. Al contrario, si tratta di costruire un sistema nel quale risorse pubbliche, iniziativa privata e partecipazione sociale possano moltiplicare reciprocamente la propria efficacia.
Solidarietà e rapporto tra impresa e territorio
L’impresa che sostiene concretamente il territorio nel quale opera rafforza il proprio rapporto con la comunità, con i lavoratori, con le famiglie e con le istituzioni locali. La responsabilità sociale può quindi diventare parte di un modello imprenditoriale nel quale la creazione di valore economico convive con la produzione di valore sociale.
Per questo sarebbe utile favorire strumenti semplici, trasparenti e facilmente accessibili attraverso i quali anche una microimpresa possa decidere di sostenere un progetto senza dover affrontare complessità amministrative sproporzionate rispetto all’entità del contributo.
Il principio dovrebbe essere semplice: non servono necessariamente pochi grandi benefattori; può essere altrettanto importante costruire una comunità composta da centinaia di migliaia di piccoli, medi e grandi sostenitori. La solidarietà d’impresa può così trasformarsi da iniziativa episodica a componente stabile della relazione tra economia e società. E proprio la struttura produttiva italiana, caratterizzata dalla presenza capillare delle imprese nei territori, può rappresentare uno dei principali punti di forza di questo modello.
Pensionati attivi: trasformare esperienza e tempo in valore sociale
Un capitolo specifico riguarda le persone pensionate che desiderano e possono svolgere attività volontaria. In una società che invecchia, considerare la pensione come un’uscita definitiva dalla partecipazione produttiva e sociale significa disperdere competenze accumulate per decenni. Il contributo non deve necessariamente coincidere con attività fisicamente impegnative: amministrazione di associazioni, tutoraggio, accompagnamento, segreteria, supporto organizzativo, manutenzioni leggere, attività culturali, assistenza digitale, trasmissione di competenze professionali e supporto agli eventi sono soltanto alcuni esempi.
Naturalmente la partecipazione deve essere libera, compatibile con le condizioni personali e correttamente organizzata. L’obiettivo non è trasformare il volontariato in lavoro gratuito che sostituisce occupazione regolare, ma valorizzare disponibilità che altrimenti rimarrebbero inutilizzate e, nello stesso tempo, contrastare isolamento e perdita di relazioni sociali.
L’impatto sul bilancio pubblico: il punto non è “quanto si risparmia”, ma quanto valore si moltiplica
Nel 2024 la spesa pubblica italiana per prestazioni sociali ha raggiunto 587,5 miliardi di euro, pari al 26,8% del PIL. Di questa spesa, il 68,2% riguarda la previdenza, il 22,1% la sanità e il 9,7% l’assistenza. Sarebbe metodologicamente scorretto sostenere che una crescita del volontariato possa ridurre queste voci in misura equivalente: gran parte della protezione sociale richiede prestazioni professionali, continuità, universalità e responsabilità pubblica.
Esiste però un importante effetto complementare. Una rete territoriale più forte può aumentare prevenzione, prossimità, accompagnamento e capacità di intercettare precocemente fragilità sociali. Può inoltre consentire agli enti pubblici di concentrare maggiormente le risorse professionali sui servizi che richiedono competenze specialistiche. Il beneficio economico va quindi misurato non soltanto come eventuale minore costo, ma come maggiore quantità e qualità di servizi ottenuta per ogni euro pubblico e privato impiegato.
Una semplice simulazione economica
Per comprendere l’ordine di grandezza, si può costruire una simulazione puramente illustrativa. Se un milione di persone aggiuntive dedicassero in media due ore al mese ad attività volontarie, si genererebbero 24 milioni di ore l’anno. Valorizzando convenzionalmente ogni ora a 12 euro, il contributo teorico sarebbe pari a circa 288 milioni di euro annui. Con quattro ore mensili, il valore salirebbe a circa 576 milioni. Queste cifre non rappresentano risparmi automatici per lo Stato né PIL aggiuntivo contabilizzabile in modo diretto: mostrano però la dimensione potenziale di una mobilitazione diffusa.
Lo stesso principio vale per le micro-donazioni. Cinque milioni di cittadini che destinassero volontariamente 20 euro l’anno a progetti verificabili mobiliterebbero 100 milioni di euro. Centomila imprese che sostenessero iniziative territoriali con una media di 1.000 euro mobiliterebbero altri 100 milioni. Sono esempi semplici, ma mostrano come la massa critica possa nascere dalla somma di contributi accessibili, non soltanto da grandi donazioni.
Un confronto internazionale: il volontariato come politica di sviluppo locale
L’esperienza internazionale suggerisce di leggere il volontariato non soltanto come assistenza, ma come strumento di sviluppo locale e costruzione di capitale sociale. L’OCSE evidenzia effetti sulla coesione delle comunità, sulla cooperazione, sulla fiducia, sulle reti personali e sullo sviluppo di competenze. In questa prospettiva, una politica nazionale per la solidarietà dovrebbe occuparsi tanto di incentivi economici quanto di infrastrutture organizzative: piattaforme territoriali, formazione, assicurazione, riconoscimento delle competenze, incontro tra domanda e offerta di volontariato e misurazione dell’impatto.
Una proposta di percorso
• rafforzare e semplificare gli strumenti che favoriscono piccole donazioni e contributi ricorrenti a enti affidabili e trasparenti;
• favorire le sponsorizzazioni sociali e territoriali delle PMI, rendendo più semplice sostenere progetti di importo contenuto;
• promuovere programmi aziendali di volontariato e di messa a disposizione di competenze professionali;
• creare percorsi specifici per pensionati e persone anziane attive, con attività calibrate su competenze, disponibilità e condizioni personali;
• rafforzare i Centri di servizio per il volontariato e le reti locali capaci di mettere in contatto cittadini, imprese, enti pubblici e Terzo settore;
• misurare il valore economico e sociale generato, distinguendo sempre il contributo volontario dai servizi che devono essere garantiti da lavoratori qualificati e retribuiti;
• premiare la continuità: anche un contributo piccolo, se stabile e diffuso, può essere più utile di un intervento episodico.
La solidarietà come investimento collettivo
Un Paese non può misurare la propria capacità di risposta ai bisogni soltanto attraverso la dimensione della spesa pubblica. Conta anche la capacità di mobilitare energie sociali, competenze, responsabilità e relazioni. Il Terzo settore, le imprese, i cittadini, i giovani e le persone pensionate possono concorrere a costruire una rete più forte, purché il volontariato rimanga autenticamente volontario e non diventi uno strumento per sostituire lavoro regolare o arretrare dai doveri delle istituzioni.
Per FEDIMI il tema merita quindi di entrare nel dibattito economico: la solidarietà non è soltanto un valore morale. È anche capitale sociale, capacità organizzativa, prevenzione, coesione e produzione di valore. Creare le condizioni perché milioni di piccoli contributi possano incontrarsi significa aumentare la resilienza delle comunità e moltiplicare l’efficacia delle risorse pubbliche e private.
Fonti essenziali
ISTAT, Il volontariato in Italia – Anno 2023, pubblicato il 29 luglio 2025.
ISTAT, Censimento permanente delle istituzioni non profit – dati sui volontari, riferimento 31 dicembre 2021.
ISTAT, Rapporto Annuale 2025 – dati sulla spesa pubblica per prestazioni sociali nel 2024.
OECD, Unleashing the Potential of Volunteering for Local Development, 2024.
Nota metodologica: le simulazioni economiche contenute nell’articolo hanno finalità esclusivamente illustrative e non rappresentano una stima di risparmio diretto per il bilancio dello Stato.
Lidio Damiano Carboni
Responsabile Rapporti Istituzionali FEDIMI

