FEDIMI: «Nel mercato del lavoro che cambia non possiamo più considerare una competenza acquisita come valida per tutta la vita professionale. Serve un nuovo patto tra lavoratore, impresa e istituzioni»

Per decenni il percorso professionale di milioni di persone ha seguito uno schema relativamente semplice.

Si acquisiva una formazione.

Si imparava una professione.

Si entrava nel mercato del lavoro.

L’esperienza accumulata negli anni permetteva progressivamente di consolidare e migliorare le proprie capacità.

Quel modello non è scomparso, ma non è più sufficiente.

Intelligenza Artificiale, automazione, robotica, digitalizzazione, transizione energetica e nuovi modelli organizzativi stanno accelerando il cambiamento delle professioni.

Una competenza perfettamente adeguata oggi potrebbe non esserlo più tra cinque o dieci anni.

E una professione non necessariamente scomparirà, ma potrebbe essere svolta in maniera profondamente differente.

Per questo il quinto punto delle “10 Proposte FEDIMI per il mercato del lavoro italiano 2030” introduce un principio sul quale riteniamo necessario aprire un confronto nazionale:

IL DIRITTO-DOVERE ALL’AGGIORNAMENTO DELLE COMPETENZE

Un principio che non deve trasformarsi nell’ennesimo adempimento burocratico.

Deve diventare un nuovo patto tra persona, impresa e istituzioni.

IL TITOLO DI STUDIO NON PUÒ PIÙ ESSERE IL PUNTO DI ARRIVO

Diploma, qualifica professionale e laurea rimangono fondamentali.

Ma devono essere considerati sempre più come l’inizio di un percorso professionale e non come la conclusione definitiva della formazione.

Pensiamo a un giovane che entra oggi nel mercato del lavoro a vent’anni.

Potrebbe lavorare per oltre quarant’anni.

Pretendere che le competenze acquisite all’inizio della sua vita professionale rimangano sufficienti per quattro decenni significa ignorare la velocità della trasformazione tecnologica.

Lo stesso vale per chi oggi ha quaranta o cinquant’anni.

Non possiamo considerarlo troppo anziano per apprendere nuove competenze e contemporaneamente chiedergli di rimanere nel mercato del lavoro ancora per molti anni.

La formazione deve quindi accompagnare la persona durante l’intera vita professionale.

COSA SIGNIFICA “DIRITTO”

Il primo elemento della proposta FEDIMI riguarda il diritto della persona ad aggiornarsi.

Un lavoratore dovrebbe poter accedere periodicamente a opportunità concrete di:

aggiornamento professionale;

acquisizione di nuove competenze;

riqualificazione;

specializzazione;

alfabetizzazione digitale e tecnologica.

Questo diritto assume particolare importanza quando l’impresa introduce nuove tecnologie che modificano significativamente le mansioni.

Se viene introdotto un sistema di Intelligenza Artificiale, un nuovo software gestionale, un robot collaborativo, una linea automatizzata o una nuova tecnologia energetica, il lavoratore interessato dalla trasformazione dovrebbe poter essere accompagnato nell’acquisizione delle competenze necessarie.

La tecnologia non dovrebbe arrivare prima e la persona cercare successivamente di adattarsi.

Tecnologia e formazione dovrebbero procedere insieme.

MA PERCHÉ PARLARE ANCHE DI “DOVERE”?

FEDIMI ritiene che il dibattito non possa fermarsi al diritto alla formazione.

Esiste anche una responsabilità individuale.

In un mercato del lavoro caratterizzato da una trasformazione continua non è realistico immaginare che la responsabilità dell’aggiornamento professionale appartenga esclusivamente all’impresa o allo Stato.

Anche il lavoratore deve essere protagonista della propria occupabilità.

Questo non significa introdurre automaticamente sanzioni per chi non frequenta corsi.

Significa affermare un principio culturale:

mantenere aggiornate le proprie competenze deve diventare parte della responsabilità professionale della persona.

Come un’impresa deve aggiornare tecnologie, organizzazione e processi, anche il lavoratore deve essere disponibile ad aggiornare le proprie conoscenze.

Il rapporto deve essere reciproco.

NON UN NUOVO OBBLIGO BUROCRATICO PER LE IMPRESE

Su questo aspetto FEDIMI ritiene necessaria una precisazione molto netta.

La proposta non deve essere interpretata come richiesta di introdurre indiscriminatamente un nuovo numero minimo di ore formative obbligatorie per ogni lavoratore e per ogni impresa.

Una simile soluzione rischierebbe di produrre un risultato opposto a quello desiderato:

più burocrazia e non necessariamente più competenze.

Un’impresa di cinque dipendenti non può essere trattata esattamente come un gruppo industriale con migliaia di lavoratori e una propria Academy aziendale.

E un’impresa che opera in un settore caratterizzato da una rapida trasformazione tecnologica può avere esigenze formative differenti da quelle di altre attività.

Il sistema deve quindi essere flessibile, proporzionato e collegato ai fabbisogni reali.

L’obiettivo non deve essere certificare che siano state svolte determinate ore di formazione.

L’obiettivo deve essere verificare che le competenze delle persone continuino ad essere adeguate al lavoro che cambia.

UN PATTO A TRE: PERSONA, IMPRESA E STATO

Il diritto-dovere proposto da FEDIMI dovrebbe poggiare su tre responsabilità.

La persona deve essere disponibile ad aggiornarsi e partecipare attivamente alla costruzione della propria occupabilità.

L’impresa deve favorire l’aggiornamento delle competenze, soprattutto quando introduce trasformazioni tecnologiche e organizzative che incidono sulle mansioni.

Lo Stato e le istituzioni devono rendere concretamente possibile questo processo attraverso incentivi, strumenti di finanziamento, servizi, politiche attive e un sistema formativo accessibile.

Nessuno dei tre soggetti può trasferire interamente la responsabilità sugli altri.

È questa la logica della corresponsabilità.

GLI STRUMENTI ESISTONO GIÀ: OCCORRE METTERLI A SISTEMA

Anche in questo caso FEDIMI non ritiene necessario partire creando un nuovo organismo.

L’Italia dispone già di strumenti per la formazione continua.

I Fondi Paritetici Interprofessionali finanziano interventi di qualificazione e riqualificazione dei lavoratori.

Il Fondo Nuove Competenze ha dimostrato quanto sia elevata la domanda di aggiornamento proveniente dal sistema produttivo.

Esistono inoltre programmi regionali, politiche attive, sistema GOL e ulteriori interventi nazionali ed europei.

Il problema è trasformare progressivamente questi strumenti in un ecosistema permanente dell’apprendimento professionale.

Il lavoratore dovrebbe poter comprendere quali opportunità formative sono disponibili.

L’impresa dovrebbe poter individuare facilmente gli strumenti utilizzabili.

Le competenze acquisite dovrebbero poter essere riconosciute e valorizzate.

L’EUROPA STA ANDANDO NELLA STESSA DIREZIONE

Il tema non riguarda soltanto l’Italia.

L’Unione europea ha progressivamente posto il lifelong learning al centro delle proprie politiche sulle competenze.

La Raccomandazione europea sui conti individuali di apprendimento ha indicato una direzione particolarmente interessante: facilitare l’accesso delle persone alla formazione attraverso diritti formativi utilizzabili nel corso della vita professionale.

La successiva Union of Skills ha rafforzato ulteriormente questa impostazione.

L’obiettivo europeo è costruire un sistema nel quale upskilling e reskilling non rappresentino interventi eccezionali, ma opportunità ricorrenti durante la vita lavorativa.

FEDIMI ritiene che l’Italia debba partecipare attivamente a questa trasformazione, adattandola alle caratteristiche del proprio sistema produttivo, composto in larghissima parte da piccole e medie imprese.

UN CONTO PERSONALE DELLE COMPETENZE?

In questa prospettiva può essere utile aprire una riflessione anche sull’evoluzione degli strumenti individuali di accesso alla formazione.

FEDIMI ritiene interessante valutare, senza duplicare strumenti già esistenti e tenendo conto delle esperienze europee, un sistema attraverso il quale ogni persona possa conoscere e utilizzare nel corso della propria vita professionale le opportunità formative alle quali ha diritto.

Non necessariamente un nuovo fondo.

Potrebbe essere una posizione formativa personale, collegata agli strumenti nazionali e regionali disponibili.

Una sorta di cruscotto attraverso il quale conoscere:

le competenze possedute;

le qualificazioni conseguite;

la formazione effettuata;

le competenze richieste dalla propria professione;

le opportunità formative disponibili;

gli eventuali incentivi accessibili.

Questo strumento potrebbe successivamente dialogare con il Fascicolo Digitale delle Competenze proposto da FEDIMI.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE PUÒ AIUTARE A CAPIRE COSA IMPARARE

Esiste inoltre un possibile utilizzo positivo dell’Intelligenza Artificiale.

L’IA non deve essere soltanto la tecnologia che rende necessario aggiornare le competenze.

Può diventare anche uno strumento per individuare quali competenze aggiornare.

Immaginiamo un sistema capace di confrontare:

professione svolta;

competenze possedute;

evoluzione prevista della professione;

nuove tecnologie introdotte nel settore;

competenze richieste dalle imprese;

offerta formativa disponibile.

Il risultato potrebbe essere un percorso personalizzato di aggiornamento.

Non una decisione automatica sulla carriera della persona.

Ma uno strumento di orientamento.

L’IA può aiutare il lavoratore a comprendere dove si sta aprendo il proprio gap di competenze prima che questo diventi un problema occupazionale.

LA FORMAZIONE DEVE ARRIVARE PRIMA DELL’OBSOLESCENZA

Questo è forse il punto più importante.

Oggi interveniamo troppo spesso quando la difficoltà si è già manifestata.

Il lavoratore perde il posto.

Entra in una politica attiva.

Si analizzano le sue competenze.

Si scopre che alcune non sono più richieste.

Si avvia un percorso di riqualificazione.

FEDIMI propone di invertire la sequenza.

Se sappiamo che una professione sta cambiando, dobbiamo intervenire mentre la persona sta ancora lavorando.

Aggiornare prima.

Riqualificare prima.

Orientare prima.

Il diritto-dovere all’aggiornamento delle competenze deve diventare quindi anche uno strumento di prevenzione della disoccupazione.

IL CASO DEI LAVORATORI PIÙ MATURI

Questa impostazione assume particolare rilevanza in un Paese che invecchia.

I lavoratori maturi rappresentano un patrimonio di esperienza che non possiamo permetterci di disperdere.

La trasformazione digitale non deve produrre una divisione tra giovani tecnologicamente preparati e lavoratori più anziani progressivamente marginalizzati.

Un tecnico con trent’anni di esperienza possiede conoscenze che nessun corso può sostituire rapidamente.

Se a quell’esperienza aggiungiamo nuove competenze digitali e tecnologiche, possiamo ottenere un valore professionale ancora maggiore.

Per questo FEDIMI ritiene che una quota specifica delle politiche di formazione continua debba essere destinata all’aggiornamento dei lavoratori maggiormente esposti al rischio di obsolescenza professionale.

ANCHE LE COMPETENZE TRASVERSALI CONTANO

Aggiornare non significa soltanto imparare a utilizzare un nuovo software.

Le trasformazioni organizzative richiedono anche competenze trasversali:

capacità di lavorare in gruppi interdisciplinari;

problem solving;

gestione del cambiamento;

capacità di verificare criticamente le informazioni;

comunicazione;

gestione dei dati;

consapevolezza della cybersecurity;

capacità di interagire con sistemi automatizzati.

Più cresce la tecnologia, più alcune competenze tipicamente umane acquistano valore.

La formazione del futuro dovrà quindi combinare:

competenze tecniche, digitali e umane.

LE COMPETENZE ACQUISITE DEVONO ESSERE RICONOSCIBILI

Esiste infine un problema di riconoscimento.

Un lavoratore può partecipare nel corso di vent’anni a numerosi corsi, acquisire nuove capacità sul lavoro e ottenere certificazioni differenti.

Ma spesso queste informazioni rimangono frammentate.

Per FEDIMI il diritto-dovere alla formazione deve quindi essere collegato al principio della portabilità delle competenze.

Ciò che una persona impara deve poterla accompagnare anche quando cambia impresa, settore o territorio.

Da qui il collegamento con la proposta FEDIMI del Fascicolo Digitale delle Competenze.

Non dobbiamo soltanto finanziare la formazione.

Dobbiamo anche rendere visibile il capitale professionale che quella formazione produce.

DAL POSTO DI LAVORO ALL’OCCUPABILITÀ

La trasformazione più profonda è probabilmente culturale.

Per decenni la tutela del lavoro è stata associata soprattutto alla tutela del posto di lavoro.

Quella tutela rimane importante.

Ma in un’economia caratterizzata da trasformazioni sempre più rapide dobbiamo aggiungere un secondo obiettivo:

tutelare l’occupabilità della persona.

Significa fare in modo che un lavoratore continui ad avere competenze spendibili anche quando cambiano tecnologie, organizzazione o impresa.

La formazione diventa quindi una forma di protezione sociale.

Non interviene soltanto dopo la perdita del lavoro.

Aiuta a prevenirla.

LA PROPOSTA FEDIMI: UN NUOVO PATTO SULLE COMPETENZE

FEDIMI propone pertanto di aprire un confronto tra Governo, Regioni, imprese, organizzazioni datoriali, rappresentanze dei lavoratori e sistema formativo per arrivare progressivamente a un Patto Nazionale sul diritto-dovere all’aggiornamento delle competenze.

Non chiediamo un nuovo obbligo formale.

Chiediamo un principio nazionale.

Un principio secondo il quale:

ogni lavoratore deve poter aggiornare periodicamente le proprie competenze;

ogni lavoratore deve assumersi anche la responsabilità di partecipare al proprio aggiornamento professionale;

ogni impresa deve essere incentivata e messa nelle condizioni di investire nelle competenze delle proprie persone;

le istituzioni devono garantire strumenti semplici, stabili e accessibili;

le competenze acquisite devono essere riconosciute e valorizzate.

LE PRIME CINQUE PROPOSTE FEDIMI DISEGNANO ORMAI UN SISTEMA

Il quinto punto completa una prima parte fondamentale delle 10 Proposte FEDIMI per il mercato del lavoro italiano 2030.

1. Mappa Nazionale Previsionale delle Competenze: capire quali competenze serviranno.

2. Collegare strutturalmente formazione e domanda delle imprese: trasformare quelle informazioni in programmazione.

3. Piano Nazionale per le Professioni Tecniche e Tecnologiche: rafforzare le professionalità strategiche.

4. Formazione 4.0 permanente e strutturale: rendere stabile l’investimento nelle competenze.

5. Diritto-dovere all’aggiornamento: rendere la persona protagonista permanente della propria crescita professionale.

Il filo conduttore è evidente.

Non possiamo sapere oggi quale tecnologia utilizzerà un lavoratore nel 2040.

Possiamo però costruire un sistema nel quale quella persona abbia gli strumenti per continuare ad imparare.

Ed è questa, probabilmente, una delle più importanti garanzie che possiamo offrire alle nuove generazioni e a chi già lavora.

Nel mercato del lavoro del futuro nessuno potrà essere considerato formato una volta per tutte.

Per FEDIMI il vero diritto da costruire è quindi il diritto a non diventare professionalmente obsoleti.

E la responsabilità che deve accompagnarlo è quella di continuare ad imparare.

Lidio Damiano Carboni