FEDIMI: «Non possiamo affrontare separatamente demografia, formazione, occupazione giovanile e Intelligenza Artificiale. Serve una nuova politica nazionale del lavoro e delle competenze»

Il mercato del lavoro italiano sta attraversando una trasformazione che non può più essere interpretata soltanto attraverso il tradizionale rapporto tra occupazione e disoccupazione.

Ci troviamo di fronte a un apparente paradosso: le imprese dichiarano crescenti difficoltà nel reperire lavoratori e professionalità adeguate mentre, contemporaneamente, una parte importante della popolazione – soprattutto giovani, donne e inattivi – rimane fuori o ai margini del mercato del lavoro.

A questo problema si aggiunge una trasformazione ancora più profonda: il progressivo calo della popolazione in età lavorativa e l’accelerazione tecnologica determinata dall’Intelligenza Artificiale, dall’automazione e dalla robotizzazione dei processi produttivi.

Per FEDIMI questi fenomeni devono essere affrontati attraverso una strategia unitaria.

Non possiamo discutere separatamente di natalità, immigrazione, formazione professionale, disoccupazione giovanile, produttività e Intelligenza Artificiale. Sono ormai parti dello stesso problema.

Un mercato del lavoro che migliora nei numeri, ma conserva squilibri strutturali

I dati più recenti mostrano un mercato del lavoro apparentemente positivo.

Secondo ISTAT, a luglio 2026 gli occupati in Italia sono circa 24,37 milioni, con un incremento di circa 307 mila unità rispetto a luglio 2025.

Il tasso di occupazione si attesta al 63,2%, mentre quello di disoccupazione è sceso al 5,8%.

Dietro questi numeri rimangono tuttavia alcune criticità.

La disoccupazione giovanile, infatti, è salita al 18,9%.

È un dato che merita particolare attenzione perché convive con un fenomeno apparentemente opposto: molte imprese italiane non riescono a trovare i lavoratori di cui hanno bisogno.

Secondo il Terzo Report sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro realizzato da CNEL e Unioncamere, nel primo semestre 2026 le imprese italiane hanno programmato circa 2,869 milioni di assunzioni, ma nel 44,8% dei casi hanno previsto difficoltà nel reperimento del personale.

Quasi un’assunzione programmata su due presenta quindi problemi di reperimento.

Le difficoltà risultano particolarmente significative per operai specializzati, professioni tecniche e figure ad elevata specializzazione.

Il problema italiano, pertanto, non sembra essere semplicemente la mancanza di lavoro o la mancanza di lavoratori.

È soprattutto la crescente difficoltà nel far incontrare le competenze disponibili con quelle richieste dal sistema produttivo.

La questione demografica diventerà una questione produttiva

A questa situazione si aggiunge un problema destinato ad assumere dimensioni ancora maggiori nei prossimi decenni: la demografia.

Le nuove previsioni ISTAT pubblicate il 31 agosto 2026 indicano che la popolazione italiana potrebbe passare dagli attuali 58,9 milioni di residenti a circa 55 milioni nel 2050, per scendere ulteriormente a circa 45,8 milioni nel 2080.

Ancora più rilevante, dal punto di vista del sistema produttivo, è la trasformazione della struttura per età della popolazione.

La riduzione della popolazione in età lavorativa determinerà inevitabilmente una diminuzione della disponibilità potenziale di lavoratori.

Secondo le previsioni ISTAT, nonostante l’atteso incremento della partecipazione al mercato del lavoro, la popolazione attiva tra 15 e 64 anni potrebbe diminuire di circa 3,4 milioni di persone entro il 2050.

Questo significa che il problema che oggi molte imprese incontrano nel reperire determinate professionalità potrebbe diventare progressivamente strutturale.

Non si tratta più soltanto di chiedersi come creare nuovi posti di lavoro, ma anche chi potrà occupare i posti di lavoro necessari al sistema produttivo italiano nei prossimi vent’anni.

Giovani disoccupati e imprese senza lavoratori: il vero paradosso italiano

È probabilmente questo uno dei principali problemi sui quali intervenire.

Non è sostenibile avere contemporaneamente una disoccupazione giovanile vicina al 19% e imprese che dichiarano difficoltà nel reperire personale per quasi un’assunzione programmata su due.

Evidentemente esiste un problema di collegamento tra scuola, formazione professionale, università e sistema produttivo.

Per troppo tempo l’orientamento scolastico è stato considerato prevalentemente uno strumento educativo.

Dovrà diventare anche uno strumento di politica industriale e occupazionale.

Occorre spiegare ai giovani – e alle loro famiglie – quali saranno le professionalità richieste dal mercato del lavoro nei prossimi cinque, dieci e quindici anni.

Tecnici specializzati, manutentori, operatori di sistemi automatizzati, professionisti dell’energia, tecnici della sicurezza, specialisti digitali, programmatori, operatori della meccatronica, esperti di cybersecurity, tecnici dell’automazione e numerose altre figure professionali potrebbero rappresentare una parte fondamentale del futuro occupazionale del Paese.

La formazione deve quindi anticipare la domanda di lavoro, non inseguirla.

Intelligenza Artificiale e robotizzazione: il problema non è fermarle, ma governarle

Parallelamente alla diminuzione della popolazione lavorativa assisteremo alla progressiva diffusione di Intelligenza Artificiale, automazione avanzata e robotica.

Questa trasformazione viene spesso rappresentata esclusivamente come una minaccia per l’occupazione.

La realtà appare più complessa.

Una ricerca della Banca d’Italia sull’esposizione del mercato del lavoro italiano all’IA ha stimato circa nove milioni di lavoratori altamente esposti all’Intelligenza Artificiale. Per oltre la metà di questi, tuttavia, l’IA potrebbe essere prevalentemente complementare alle attività svolte anziché sostitutiva.

Un successivo studio della Banca d’Italia, pubblicato nel 2026, ha inoltre evidenziato come l’adozione dell’IA nelle imprese analizzate possa aumentare produttività e redditività, determinando una riallocazione dell’occupazione verso profili maggiormente qualificati senza mostrare, nell’analisi effettuata, effetti negativi sull’occupazione complessiva.

La questione fondamentale diventa quindi un’altra.

Chi formerà i lavoratori destinati a utilizzare, controllare, verificare e supervisionare questi sistemi?

L’operaio del futuro potrebbe essere sempre meno un semplice esecutore e sempre più un operatore tecnologico qualificato, capace di interagire con robot, sensori, software, algoritmi e sistemi di controllo.

Lo stesso processo interesserà tecnici, impiegati e professionisti.

IA e sicurezza sul lavoro: nasce anche una nuova responsabilità organizzativa

FEDIMI ritiene necessario sottolineare anche un ulteriore aspetto.

L’introduzione di sistemi produttivi governati da algoritmi, robot collaborativi e sistemi di Intelligenza Artificiale dovrà necessariamente essere accompagnata da una evoluzione dei modelli di organizzazione e gestione della sicurezza sul lavoro.

Non sarà sufficiente acquistare una tecnologia.

Occorrerà comprendere come quella tecnologia modifica il processo produttivo, quali nuovi rischi introduce, quali decisioni rimangono sotto controllo umano e quali sistemi di supervisione devono essere predisposti.

Diventeranno quindi sempre più importanti la formazione, la tracciabilità delle decisioni automatizzate, la manutenzione predittiva, la cybersecurity industriale, il controllo umano e l’aggiornamento continuo della valutazione dei rischi.

La transizione digitale dovrà essere anche una transizione organizzativa e della sicurezza.

Le proposte FEDIMI: un Piano nazionale Lavoro, Competenze e Transizione Tecnologica

FEDIMI ritiene necessario superare interventi frammentati e avviare una strategia nazionale capace di collegare politiche demografiche, occupazionali, formative, migratorie e industriali.

Proponiamo pertanto alcune linee di intervento prioritarie.

1. Creazione di un Osservatorio nazionale permanente sui fabbisogni professionali

Occorre individuare con almeno 3-5 anni di anticipo le professionalità maggiormente richieste dalle imprese, suddivise per territorio e settore produttivo.

2. Collegamento strutturale tra imprese, istituti tecnici, ITS Academy, università e formazione professionale

La programmazione dell’offerta formativa deve essere costruita anche sulla base dei fabbisogni reali del territorio e delle imprese.

3. Piano straordinario per la formazione tecnica

È necessario restituire valore sociale ed economico alle professioni tecniche e specialistiche, troppo spesso considerate un percorso secondario rispetto alla formazione universitaria.

4. Credito d’imposta strutturale per formazione e riqualificazione

Gli investimenti delle imprese nella formazione dei lavoratori sull’utilizzo di IA, robotica, automazione, sicurezza digitale ed efficientamento produttivo dovrebbero beneficiare di strumenti incentivanti semplici e permanenti.

5. Un diritto-dovere alla formazione continua

La velocità dell’innovazione rende ormai insufficiente il modello secondo cui la formazione termina con l’ingresso nel mercato del lavoro.

La formazione dovrà accompagnare l’intera vita professionale.

6. Politiche attive realmente collegate alle offerte delle imprese

Centri per l’impiego, agenzie, enti formativi e imprese dovrebbero operare attraverso piattaforme interoperabili capaci di individuare rapidamente competenze disponibili e competenze richieste.

7. Recuperare il potenziale degli inattivi

Una parte della futura carenza di lavoratori può essere affrontata aumentando la partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto femminile e giovanile, attraverso servizi per l’infanzia, strumenti di conciliazione famiglia-lavoro, formazione e politiche territoriali.

8. Una politica migratoria collegata anche ai fabbisogni professionali

In un Paese caratterizzato da una progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa, anche i flussi migratori devono essere programmati tenendo conto delle necessità del sistema produttivo.

L’ingresso deve però essere accompagnato da formazione linguistica, qualificazione professionale, sicurezza sul lavoro e percorsi effettivi di integrazione.

9. Incentivare IA e robotizzazione soprattutto nelle PMI

Le piccole e medie imprese rischiano di essere penalizzate dai costi e dalla complessità della transizione tecnologica.

Servono strumenti di accompagnamento, centri di competenza territoriali e incentivi agli investimenti che comprendano non soltanto l’acquisto delle tecnologie ma anche formazione e riorganizzazione dei processi.

10. Anticipare le professioni destinate a trasformarsi

Occorre individuare tempestivamente i lavoratori maggiormente esposti alla sostituzione tecnologica e avviare programmi di reskilling prima che venga perso il posto di lavoro, non successivamente.

Un nuovo patto tra lavoro, impresa e tecnologia

Il problema italiano dei prossimi anni potrebbe non essere semplicemente quello della disoccupazione.

Potremmo trovarci contemporaneamente davanti a meno persone in età lavorativa, imprese alla ricerca di competenze difficili da reperire, giovani che faticano ad entrare stabilmente nel mercato del lavoro e tecnologie capaci di modificare profondamente le professioni esistenti.

Affrontare separatamente questi fenomeni sarebbe un errore.

La risposta deve essere una politica capace di mettere insieme demografia, istruzione, formazione professionale, immigrazione qualificata, politiche attive, innovazione, IA, robotizzazione e sicurezza sul lavoro.

Per FEDIMI la sfida non deve essere quella di difendere il mercato del lavoro dalla tecnologia.

Deve essere quella di utilizzare la tecnologia per aumentare produttività e competitività delle imprese, migliorando contemporaneamente qualità, qualificazione e sicurezza del lavoro.

Il vero rischio non è che l’Intelligenza Artificiale cambi il lavoro.

Il vero rischio è arrivare impreparati a un cambiamento che è già iniziato.

FEDIMI

Lidio Damiano Carboni – Responsabile rapporti istituzionali FEDIMI